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LE SETTE LETTERE DELLO SCARABEO DI CUI AVEVO BISOGNO

Mi sono guardato attorno. Non avevo idea del dove mi trovassi. Voglio dire, avevo capito che era l’atrio di una stazione, ma non avevo idea del perché’ mi trovassi seduto su una panca a guardare il tabellone dei treni in partenza in lingua, credo, ungherese.

A pensarci bene, mi pare di ricordare che dovevo andare a prendere qualcuno, ma all’aeroporto e dovevo essere al settore arrivi dell’aeroporto di Amsterdam per le sei e trenta.

Che ci facevo li ora a Budapest? Non so, credo sia Budapest, la stazione è enorme, ci sono migliaia di persone che corrono. Vanno di fretta, sono vestiti bene, credo sia pendolari che tornano alle loro dimore a pochi chilometri dalla città.

Probabilmente lavorano nell’area finanziaria di Budapest. Come si chiama l’area? Non ne ho idea. Ci sono stato a Budapest, almeno tre volte, ma l’ultima volta più di quindici anni fa. 

Per cosa c’ero venuto? Ah, si, Michael faceva la festa del celibato, aveva visto al cinema “Hangover” e voleva fare la stessa cosa, solo che Las Vegas era lontana, mentre Budapest meno di due ore e costava meno il volo.

Che poi era stata una festa d’addio al celibato triste, quasi patetica. C’era chi voleva buttarsi dentro un club con ragazze che danzano sui tubi e poi salgono sui tavoli chiedendoti di offrirle da bere. Normalmente spumanti ordinari che ti fanno pagare come il più pregiato champagne francese. Poi c’era chi voleva vedere musei, chi cosa era rimasto del periodo di dominazione sovietica e poi chi voleva solo vedere la città dai bus scoperti.

Come era finita? Che avevamo discusso e bisticciato tutto il tempo. 

Poi alla fine abbiamo solo parlato e riso nella hall dell’albergo. Ci siamo fatti scherzi cretini un l’altro e niente di più.

Ovviamente nessuno ci aveva creduto e Jane era così sicura che avessimo fatto qualcosa di illegale che non era più tanto sicura di voler ancora sposare Michael la settimana successiva.

Ma io dico, devi essere proprio idiota ad organizzare un fine settimana a Budapest solo uomini e pensare che nessuno pensi male di quello che fai lì.

Ma io che ci faccio qui? Dovrei essere agli arrivi ad Amsterdam ed ora comincio a sudare. Perché’ comincio a preoccuparmi. La gente passa, parla tra di loro e io non capisco una sola parola.

Ma di certo c’è qualcuno che parla l’inglese, perché’ non chiedo nulla?

Ma poi, cosa dovrei chiedere? Sono certo che sto solo sognando, l’ossobuco era stata una scelta errata per la cena, oppure era stato il riso alla milanese, ne avevo fatto doppia porzione. Mi devo ricordare che è il riso in bianco con un filo d’olio e una spruzzata di parmigiano che è digeribile, non quello giallo con lo zafferano.

Quello, con l’ossobuco, è pesante. Ed ecco che ora mi faccio pure i sogni strani.

Ah, il telefono che mi suona. “Ciao George. Dove sei?”, è Alice che mi chiama, che le dico ora? Fortunatamente, come suo solito, non attende la risposta e aggiunge, “sono qui, agli arrivi, se ti avvicini al bar italiano vicino all’edicola ci prendiamo un caffè assieme mentre attendiamo che Louise prenda i bagagli”. 

Louise è mia moglie, ecco dove dovevo essere, a prenderla all’aeroporto. Alice è sua sorella e stasera è il compleanno di Barbara e Sylvia, le nostre due gemelle.

Ed invece io sono a Budapest, partendo per qualche posto e non è un sogno, perché’ sento gli odori ed ho anche freddo, perché’ sono solo a maniche di camicia e sono i primi giorni di novembre.

Non dico nulla ad Alice, accampo la scusa che sono in ritardo, nel traffico. “spero di arrivare in tempo”, le dico, mettendomi al riparo da possibili imbarazzamenti e spiegazioni che non saprei dare.

È quello il momento che mi guardo in tasca. Non ho altro che alcune decine di Euro, ma in Ungheria hanno il Fiorino. Nella tasca sinistra ho invece la carta di credito, quella che metto in tasca per sicurezza. Nel caso in cui perda o mi rubino il portafoglio ho comunque una carta a disposizione.

Mi avvicino alla macchina dei biglietti, quella automatica. Guardo dove vanno i treni e non riconosco nessun nome familiare. Poi vedo Esztergom e mi ricordo che una volta era stata la Capitale dell’Ungheria, prima di Budapest. È in un punto magico del Danubio e mi ritorna, come d’incanto, in mente, quello che il portiere dell’albergo ci consigliò a me e Louise l’ultima volta che siamo stati qui assieme. “è un paradiso per una fuga di classe dal traffico caotico di Budapest”. 

una fuga di classe…”, mi ripetevo nella testa. Finalmente avevo capito cosa ci facessi alla stazione di Budapest. Stavo fuggendo. Da cosa? Da tutto. E la reazione non era di paura ma invece avevo quel feeling che potrei spiegarvi come quella sensazione quando tiri fuori le tue prime sette piastrelle di scarabeo fuori dal sacco delle lettere e borbotti, oh cazzo. Ecco, quello.


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